Food & Crime – Quando il cibo incontra il delitto – di Luca Steffenoni

Storie di omicidi in cucina… con unico comune denominatore: il cibo condito con il peperoncino dell’humor.

Food & Crime

Luca Steffenoni

Quando il cibo incontra il delitto

Storie di omicidi in cucina… con unico comune denominatore: il cibo condito con il peperoncino dell’humor.

Autore: Luca Steffenoni N.pag.: 256
Collana: True Crime Formato: 14×21
Genere: Saggistica Rilegatura: Brossura
ISBN: 9788897674757 Lingua: Italiano

 14,00

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Descrizione

La storia della cronaca nera ha spesso intercettato gli aromi che provengono dalla cucina, non fosse altro perché nell’ambiente domestico, ma anche al ristorante o nei bar, molti assassini hanno trovato lo scenario ideale per i loro misfatti.

food crime copertina

Food & Crime vuole raccontare questo mondo, proponendo al lettore un viaggio nel tempo e nella storia attraverso vicende reali e miscelando racconti su personaggi leggendari del mondo criminale con episodi “minori” o sconosciuti al grande pubblico.

Dalle taverne dell’antica Roma a quelle medioevali giungeremo nei locali frequentati da Francis Turatello, da Renato Vallanzasca, dalla banda della Magliana e dalla mala del Brenta. Da Joe Masseria a Frank Costello, da Al Capone a Carmine Galante, non c’è Padrino che abbia lesinato sulla tavola imbandita, ritrovandosi talvolta lungo e disteso nella scomoda posizione di cadavere, davanti alle insegne dei più prestigiosi ristoranti.

Renderemo anche il giusto onore a scrittori e registi da sempre affascinati dal binomio cibo-delitto, osservando i bistrot parigini che tanto hanno ispirato la letteratura noir, ci concederemo una sbirciatina nelle Brasseries nelle quali Maigret gustava piatti di moules annaffiati da un bicchiere di Calvados e non ci perderemo il commissario Montalbano mentre si delizia con un piatto di pasta ‘ncasciata preparato dalla fida Adelina. Perché è vero che gli assassini si abbuffano, ma anche gli uomini in divisa fanno la loro discreta figura nel teatro della vita.

Storie di omicidi in cucina, di bettole di malaffare e di ristoranti alla moda, di pallottole e di veleni, di bande criminali e di Saloon del vecchio west, di cannibali e d’insospettabili chef assassini, di prostitute, di briganti, bari, truffatori e borseggiatori.

Episodi accaduti in ItaliaFranciaGermaniaStati Uniti che hanno come unico comune denominatore il cibo, non condito con la salsa all’aglio prediletta dai padrini di Cosa Nostra, ma con il peperoncino dell’humor che, anche nelle vicende rosso sangue, non deve mai mancare.

Luca Steffenoni

Criminologo e scrittore milanese, svolge la sua attività di studioso e consulente in collaborazione con enti e istituzioni nazionali e comunitarie.

È stato redattore della rivista Delitti & Misteri, insieme a molti dei più interessanti tra gli scrittori noir e giallisti italiani (tra gli altri Andrea G.Pinketts, Carlo Lucarelli e Massimo Carlotto) dove ha scritto di delitti classici e di numerosi temi di attualità criminale.

Ha pubblicato: Cronache Vere – Artisti, scrittori e musicisti invischiati nel mondo del crimine. Coautore (1998 Marcos y Marcos); Presunto colpevole (2009 Chiarelettere); Nera – Come la cronaca cambia i delitti (2011 San Paolo); Melania Rea – L’assassino alle spalle (2013 Adagio); Psyco Mappe – Due viandanti persi tra arte e delitti milanesi (2014 Adagio); I 50 delitti che hanno cambiato l’Italia (2016 Newton Compton); Il caso Pantani (2017 Chiarelettere); Il caso Tortora (2018 Chiarelettere).

In qualità di opinionista è spesso ospite di trasmissioni televisive e radiofoniche.

Per Runa Editrice ha pubblicato Food & Crime – Quando il cibo incontra il delitto (Collana True Crime).

Luca Steffenoni

“Signore serio desidera incontrare donna, preferibilmente vedova di guerra, per offrire conforto matrimoniale”.

Il primo annuncio comparve sul Journal de Paris, nell’inverno del 1914 ed ebbe un successo immediato.
Le lettere di risposta, con annesse le foto, o meglio i dagherrotipi, delle pretendenti, furono così numerose che l’ex falso architetto dovette acquistare un capiente schedario nel quale da ora in poi avrebbe annotato, con precisione maniacale, ogni elemento utile a compiere la difficile selezione della candidata. Finalmente si decise per una certa Jeanne Cuchet, vedova trentanovenne con figlio a carico, ma con un cospicuo conto in banca.
L’incontro fu fatale. In tutti i sensi.
Del freddo e calcolatore serial killer francese Henri-Désiré Landru, o Barbablù, tra gli altri, ce ne parla ampiamente il criminologo Luca Seffenoni nel suo saggio Food & Crime – Quando il cibo incontra il delitto – che esplora il rapporto tra crimini e cucine in un percorso temporale che abbraccia oltre un secolo di storia d’Italia e d’Europa.

Henri-Désiré Landru

Un affresco da brivido dell’inesauribile inventiva che scaturisce dalla passione per il delitto e la buona cucina.
Paola Rocco, giornalista.

Recensioni

Recensione di Giuliana Sotera su Agenzia Stampa Italia

(ASI) Il Salone Internazionale del Libro di Torino ha chiuso già da un pezzo la sua ultima edizione presentando e facendo da vetrina a tutte le case editrici conosciute sul mercato ed fungendo, inoltre, da palcoscenico per la presentazione di assolute novità letterarie.

Tra le tante novità presentate al Salone spicca l’ultimo libro di Luca Steffenoni, criminologo e scrittore milanese, pubblicato dalla casa editrice Ruma, nella collana “True Crime” e dall’interessante titolo: “Food&Crime” (prezzo di copertina 14 euro).

Da come si evince dal titolo, il testo di Steffenoni racconta lo storico intreccio tra la cronaca nera e gli aromi che provengono dalla cucina, non fosse altro perché nell’ambiente domestico, ma anche al ristorante o nei bar, molti assassini hanno trovato lo scenario ideale per i loro misfatti.

Food & Crime vuole raccontare questo mondo, proponendo al lettore un viaggio nel tempo e nella storia attraverso vicende reali e miscelando racconti su personaggi leggendari del mondo criminale con episodi “minori” sconosciuti al grande pubblico.

Sono tanti gli spunti e i periodi storici presenti nel libro: dalle taverne dell’antica Roma a quelle medioevali, ai locali frequentati da Francis Turatello, da Renato Vallanzasca, dalla banda della Magliana e dalla mala del Brenta. Da Joe Masseria a Frank Costello, da Al Capone a Carmine Galante, il tutto avendo come sfondo le insegne dei più prestigiosi ristoranti.

Il libro non racconterà solo dei posti più amati dai cattivi, ma racconterà anche dei bistrot parigini che tanto hanno ispirato la letteratura noir, con una sbirciatina nelle Brasseries nelle quali Maigret gustava piatti di moules annaffiati da un bicchiere di Calvados o si viaggerà fino alla Sicilia del commissario Montalbano, che è solito deliziarsi con un piatto di pasta ‘ncasciata preparato dalla fida Adelina. Perché è vero che gli assassini si abbuffano, ma anche gli uomini in divisa fanno la loro discreta figura nel teatro della vita.

Attraverso questi racconti si potrà unire la passione per i locali che hanno fatto la storia con gustose curiosità per gli amanti del crimine e non. Si parlerà di mafia, di serial killer o, per esempio, degli “occultatori”, coloro che per la società appaiono irreprensibili ma che nella realtà, una volta lasciate alle spalle le mura domestiche, diventano vere e proprie belve sanguinarie e che hanno fatto la storia del crimine.

Episodi accaduti in ItaliaFrancia, come quello dell’Auberge Rouge, tutt’ora meta di turisti da tutto il mondo, GermaniaStati Uniti, dove si racconta della “Mano Nera”, che hanno come unico comune denominatore il cibo, non condito con la salsa all’aglio prediletta dai padrini di Cosa Nostra, ma con il peperoncino dell’humor che, anche nelle vicende rosso sangue, non deve mai mancare.

Insomma, non una mera serie di racconti che descrivono l’intreccio tra crimine e buon cibo, tra locali iconici che hanno contribuito a fare la storia del malaffare internazionale, ma una vera e propria guida, sapientemente scritta e romanzata quanto basta, che suscita al lettore la curiosità di scoprire di più, addentrandosi nelle trame e nei personaggi ricordati da Steffenoni grazie anche attraverso la descrizione di luoghi, dei gusti o di alcune tra le ricette più amate da criminali e non.

Giuliana Sotera – Agenzia Stampa Italia


COTTO, UCCISO E MANGIATO, recensione di Paola Rocco su La Bottega del Giallo

COTTO, UCCISO E MANGIATO

I tè coi biscottini della saponificatrice di Correggio, le teste mozzate dei clienti d’una locanda che rotolano giù da una botola, i vini corretti al sonnifero propinati alle mogli da Landru… E poi i banchetti della mafia newyorkese, le osterie dell’antica Roma, i bar della banda della Magliana e quelli della mala di Milano: senza dimenticare i gusti e le passioni a tavola dei grandi detective della letteratura, con le brasserie di Maigret, i ristoranti londinesi prediletti da Poirot e i casalinghi manicaretti della Marple…

Food & Crime, sottotitolo Quando il cibo incontra il delitto, l’ultima fatica di Luca Steffenoni, criminologo e scrittore milanese, esplora il rapporto tra crimini e cucine in un percorso temporale che abbraccia oltre un secolo di storia d’Italia e d’Europa. Un viaggio sorprendente elegantemente condito, è il caso di dirlo, da un inalterabile, educato, sorridente cinismo nonostante la crudezza del tema, che da sola sarebbe bastata a giustificare il ricorso a una più plateale drammaticità.

Il catalogo parte dall’ecatombe di viandanti ammazzati e sublimati in salsicce e insaccati dai tre protagonisti del macabro caso dell’Auberge Rouge, l’albergo rosso sangue di Peyrebeille, paesino tra i castagni sull’impervia strada per Lione: dove, all’inizio dell’Ottocento, una coppia d’albergatori, Pierre e Marie Martin – in difficoltà per via d’una terribile carestia e della gelata che aveva polverizzato il raccolto di castagne, unica risorsa nei periodi magra – e il loro servitore Jean avrebbero dato vita a un sodalizio criminale destinato a durare per oltre vent’anni.

Vittime, naturalmente, gli sfortunati clienti della locanda ospitata nella grande cascina di pietra grigia, fatti fuori a mazzate prima e a colpi di scure poi, con l’evolversi dell’abilità operativa e dunque dell’industria, dal truce domestico e trasformati dalle abili mani dell’ostessa “in salsicce, bistecche, sanguinacci, stufati e brasati”, con le parti non commestibili bruciate nel forno per il pane. Il tutto, però, saggiamente “solo d’inverno e nelle notti di tormenta, quando nessun testimone si sarebbe presentato alla porta e la neve avrebbe rapidamente provveduto a cancellare ogni impronta…

E sempre in terra di Francia opera ai primi del Novecento anche l’affabile, fascinoso Henri Désiré Landru, cui il magnetismo animale conferisce un certo potere di suggestione e che a un certo punto deciderà appunto di servirsi delle proprie doti incantatorie per diventar ricco: attirando con una serie d’inserzioni sui giornali locali “donne belle, brutte, ricche e povere, ma soprattutto sole e bisognose di conforto” (siamo nel 1914, la Germania ha dichiarato guerra alla Francia e la fabbrica delle vedove è in piena attività) da ammaliare e sposare in rapida successione, incamerandone i beni dopo averle fatte passare a miglior vita – con l’aiuto di qualche bicchiere di vino corretto al sonnifero e d’un preciso colpo di mannaia – e averne cotto ossa e carni nel capace forno della cucina Enfer.

Fatta installare a proprie spese, sorta d’indispensabile investimento aziendale, all’Ermitage, la villetta rossa e grigia nella romantica regione dell’Ile de France teatro della sua attività, alla fine sulle pareti del forno l’Enfer conterà solo “qualche etto di ossa umane calcificate, ma lo schedario, i diari e una cassaforte piena dei gioielli appartenuti alle vittime forniranno sufficienti elementi per consegnare Landru alla storia del crimine culinario”.

Curiosità nella curiosità, questa cucina (in ghisa, ultimo modello) marca Inferno verrà battuta all’asta nel 1923, dopo il processo, assieme ad altri beni di Landru, e aggiudicata per 42 mila franchi a un estimatore italiano. Tra le nebbie della Bassa si consuma invece la vicenda di Leonarda Cianciulli in Pansardi, la Saponificatrice di Correggio originaria di Montella d’Abruzzo che dopo il terremoto dell’Irpinia del 1930 si sposta, col marito dipendente comunale, appunto a Correggio, in Emilia: si sposta malvolentieri e sempre rimpiangendo la sua, di terra, che pure le ha dato finora una vita terribile.

Frutto d’una violenza sessuale, Leonarda – che per completare il quadro di un’esistenza difficile pare avesse pure un aspetto simile a quello delle streghe delle favole e stria, strega, la chiamano appunto fin da subito i correggesi – è stata infatti maledetta dalla sua stessa madre: meglio che stia lontana dagli uomini, perché ogni figlio che metterà al mondo le morirà in fasce. E la profezia sembra avverarsi: Leonarda rimane infatti incinta per ben 13 volte, sempre vedendosi morire i figli appena nati, prima di riuscire a veder nascere e crescere, con comprensibile apprensione, il primogenito Giuseppe detto Peppuccio; e poi Bernardo, Biagio e la piccola Norma.

Sono anni difficili in cui la donna, cuoca abilissima e appassionata creatrice di dolci, sublima il proprio isolamento cucinando e regalando ai diffidenti vicini una serie pressoché ininterrotta di manicaretti (“Non so quanti sono gli abitanti di Correggio, forse sei o settemila, ma nessuno può dire di non aver mai ricevuto un mio dolce in regalo”) e inaugurando una sorta di pasticceria filantropica che assieme a un po’ dell’effimera dolcezza racchiusa in torte e biscotti dispensa anche un benevolo ascolto a chi, pur non rinunciando a un certo riserbo, sente comunque il bisogno di confidare a quella donna così dimessa e poco invidiabile parte dei propri guai.

Vecchie signore sole, soprattutto, che con Leonarda un po’ si sfogano, lagnandosi della propria solitudine, delle delusioni e delle infelicità di tutta una vita. E la Cianciulli, a poco a poco, le convince a cambiarla, questa vita: racimolando tutti i risparmi che hanno, fuggendo dal paese, vivendo, insomma, finalmente e prima che sia davvero troppo tardi. La serie s’inaugura con l’amica Ermelinda Setti, detta la Rabitti, che Leonarda convince a partire per l’Umbria sulle tracce d’un immaginario promesso sposo epistolare.

Il 16 dicembre 1939 la Rabitti sale le scale dell’appartamento della Cianciulli, che l’aspetta per darle il proprio affettuoso addio e una fetta della sua torta preferita (al mascarpone, per la cronaca). Insieme, però, Leonarda le fa assaggiare anche un bicchierino di lambrusco corretto al sonnifero: e, appena Ermelinda si appisola, le sfonda la nuca a martellate, ne fa a pezzi il cadavere e, dopo averlo bollito nella soda, ne trae candele e saponi.

In parte, il sangue della Rabitti, raccolto in un catino, cotto nel forno e mescolato a farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, finirà anche “in una grande quantità di dolci croccanti” da servire alle signore in visita.

È l’inizio di un’industria del crimine che conterà, alla fine, ben tre sparizioni, direttamente connesse all’attività di saponificatrice e pasticcera di Leonarda e, naturalmente, al netto miglioramento della sua situazione economica, giustificata di fronte ai vicini con l’arrivo d’un imprecisato rimborso per il terremoto. Anche in questo caso, la cucina economica della strega, processata e condannata a trascorrere trent’anni nel manicomio giudiziario di Aversa, verrà acquistata negli anni 50 da un collezionista di rarità.

Queste e molte altre le storie raccontate in Food & Crime: tra fatti di cronaca ed excursus storico-letterari, un affresco da brivido dell’inesauribile inventiva che scaturisce dalla passione per il delitto e la buona cucina.


Non volevo rovinare la festa con un abbinamento indigesto, intervista a Luca Steffenoni su La Bottega del Giallo, a cura di Paola Rocco

Abbiamo avuto il piacere di conoscere e recensire Luca Steffenoni con il suo giallo/saggio “Il caso Tortora” ed. Chiarelettere (vedi recensione). Lo abbiamo apprezzato con “Food & Crime” ed. Runa Editore (recensione). Paola Rocco lo ha intervistato per noi.

Luca, il tuo ultimo libro, Food & Crime, racconta in uno stile volutamente leggero delitti che tuttavia a volte appaiono particolarmente efferati, soprattutto perché gli assassini sembrano aver premeditato l’occultamento delle vittime in cibi e manicaretti vari. Tra i molti casi raccolti ce n’è qualcuno che ti ha colpito in modo particolare?

Ho sempre pensato che per raccontare bene il delitto sia necessario superare con decisione l’aspetto morboso e la fredda cronaca. Perché questo avvenga devo selezionare con cura storie che abbiano una “trama” e un tessuto narrativo che vada oltre al delitto nudo e crudo. Forse è necessaria una premessa: il delitto, per quanto possa essere efferato o misterioso, ha sempre un gusto piuttosto insipido. Gli assassini, oggi come un tempo, seguono moventi banali, inseguono sceneggiature ascrivibili al classico binomio soldi e sesso, al quale possiamo unicamente aggiungere qualche devianza patologica o psichiatrica. Visti da vicino, specie se l’osservatore è un criminologo, i delitti sono molto meno interessanti di quanto possano apparire da lontano. Di assassini particolarmente intelligenti o almeno fantasiosi ne ho visti abbastanza pochi, di piani criminali geniali, ancora meno. La realtà non è un giallo e nemmeno un noir. Che senso ha, dunque, raccontare il delitto?

Il senso va cercato nel “contorno”, nella cornice nella quale si muovono vittime e carnefici. Guardando dal buco della serratura della storia possiamo vedere in faccia l’assassino o entrare nella sua mente.Tornando, dunque, alla tua domanda, una vicenda mi colpisce quando si consuma in ambienti e situazioni particolari, quando è l’istantanea di un periodo storico, lo sberleffo della follia su una foto in bianco e nero. I delitti “gastronomici” che racconto in Food & Crime hanno tutti questa caratteristica: sono “cinematografici” e iconografici. Ci restituiscono le immagini di un’epoca. Prendiamo per esempio il “delitto del bitter”, un giallo estivo che si consuma negli anni del boom economico, della seicento, del twist attorno a un mangiadischi. Dietro quel bitter avvelenato c’è un intero popolo, c’è la banalità del male e l’ingenuità della provincia italiana, i sogni di gloria e l’arricchimento facile, convivono l’immaginario da rotocalco e la triste realtà piccolo borghese. C’è tutto l’Italian Sound della commedia all’italiana. Queste sono le storie che mi stupiscono, mi affascinano e che amo raccontare.

Come nasce l’idea di approfondire il rapporto tra cibo e delitto?

Negli ultimi anni il cibo si è inserito autorevolmente nella vita di noi italiani. Il Food tracima dalle trasmissioni tv, dai locali e ristoranti che, specie a Milano dove vivo, stanno sostituendo ogni altro negozio, dalle fiere specializzate, dai festival eno-gastronomici, dalla letteratura di genere e dalla cinematografia. Non volevo rovinare la festa con un abbinamento indigesto, ma era inevitabile che due temi così intrinsecamente legati tra loro come la vita lo è con la morte, dovessero prima o poi incontrarsi. Si trattava solo di attendere che i lettori fossero pronti e oggi indubbiamente lo sono. Come amava ricordare lo chef e giallista Anthony Bourdain, “l’arte culinaria è una sorta di assassinio”. E’ proprio vero. Anche se facciamo di tutto per dimenticarlo, per mangiare dobbiamo uccidere o meglio dobbiamo farlo fare a altri, attendendo ciò di cui abbiamo bisogno in forma di manicaretto o di triste confezione del supermercato. Siamo tutti dei mandanti e non c’è veganesimo che tenga, uccidiamo anche se viviamo di carote e rucola. Inutile girarci attorno, cibo e delitto vanno a braccetto. Nella mente perversa di qualche assassino, ma anche nel nostro vivere e sopravvivere quotidiano.

Food & Crime copre un arco temporale piuttosto esteso, raccontando circa due secoli di storia d’Italia e del mondo dal punto di vista di quest’insolito connubio. Com’è cambiato, se è cambiato, nel tempo il profilo di questo tipo di crimine e di criminali? Dalle notti solitarie nella locanda dei Martin e dai tranquilli pomeriggi nella villetta di Landru sono passati molti anni…

Indubbiamente il Killer Profile, come diremmo oggi, del crimine gastronomico è cambiato moltissimo. Gli esempi sono tanti. A cavallo tra fine ottocento e primi del novecento si è vissuto il grande periodo degli occultatori. Omicidi caratterizzati dalla volontà di nascondere il cadavere delle vittime più che mangiarselo o darlo in pasto a altri. Ovvio che le grandi cucine e i forni a legna delle case isolate rispondessero a questa esigenza, assolvendo una funzione pratica ma anche psicologica perché la distruzione del cadavere della vittima è anche un tentativo di rimozione dell’atto immorale. Cambiate le cucine e la tipologia di appartamenti, specie in città, sono cambiate anche le modalità assassine. L’istinto cannibale, viceversa, cova sotto le ceneri di ogni periodo storico e riemerge dai meandri della follia umana quando meno te l’aspetti. Ci sono stati casi nei periodi bellici, così come in tempi attuali, a ogni latitudine e in ogni contesto sociale. Nelle favelas di Rio come nel centro della ricca e moderna Parigi, nella Berlino degli anni ‘30 come nella Tokyo post-moderna del ventunesimo secolo. Non dimentichiamo poi la modifica dei crimini legati ai luoghi del cibo e del bere. Pensiamo a come è cambiato il banchetto mafioso dall’epoca del Padrino ai giorni nostri. L’omicidio del rivale su una tavola imbandita è stato per decenni un rito sanguinario che assolveva compiti precisi. Nei ristoranti alla moda si sono consumati una miriade di regolamenti di conti, in un contesto simbolico saccheggiato dai giallisti e da Hollywood. Oggi la mafia ha rinunciato a qualsiasi velleità romantica. La sua azione è pura e disgustosa macelleria. E’ quella dei locali pacchiani di Gomorra, della strage della pizzeria di Duisburg in Germania, non certo quella di Al Capone o di Lucky Luciano.

Tornando ai singoli omicidi potremmo dire che in questi tempi un po’ bacati l’omicidio in cucina è diventato più “acido”, è sempre meno premeditato e più follemente istintivo. Molto più difficile da prevedere o semplicemente capire.

Il tuo libro presenta, tra gli altri, anche un avvincente excursus tra i grandi detective della letteratura, esaminati, naturalmente, dal punto di vista dei gusti a tavola: dalle aringhe e noccioline mangiucchiate da Sherlock Holmes al roast beef in salsa di ribes snobisticamente prediletto da Nero Wolfe. Da quale dei personaggi che hanno reso grande il genere giallo ti piacerebbe essere invitato a cena?

Sono piuttosto tradizionalista, difficile portarmi in giro per il mondo a sperimentare abbinamenti troppo arditi. L’occasione giusta la troverei in Italia, in Sicilia per essere più preciso, nell’immaginario paesino di Vigata, bussando alla porta di Montalbano, trovando, con un po’ di fortuna, la disponibilità della fida Adelina a cucinare qualche cosa di buono. Sono sicuro che al tavolo del commissario mi troverei bene e ne conserverei un ricordo pari a quello indelebile di una cena palermitana in compagnia del caro Camilleri. Una serata tra pesce gustoso, buon vino dell’entroterra siculo e una brillante conversazione nella quale ho cercato di “rubare”, tra una portata e l’altra, qualche segreto letterario del grande autore.

Grazie a Luca Steffenoni.


Libri & cibo: raccontarsi con un piatto, a cura di Veronica Colella su Silhouette Donna

Quando la curiosità si fa morbosa

Vi siete mai chiesti quali locali frequentavano i criminali più famosi della storia, cosa c’era nel piatto di Al Capone o di Francis Turatello? Luca Steffenoni sì e ce lo racconta in Food & Crime. Quando il cibo incontra il delitto (Runa Editrice), mescolando vicende reali e voli di fantasia, ispirati al lavoro di scrittori e registi con la passione per la gastronomia, con un po’ di umorismo (nero) per alleggerire l’atmosfera

food crime copertina aperta
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Tipo libro

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