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Recensione di Antonietta Mirra - L'amica dei libri - SoloLibri.net

Cacciatori di fantasmi - Fabio Monteduro

“C’era qualcosa lì. Qualcosa di indefinito, ma di sicuro violento e primitivo, lo sentiva vibrare nell’anima.”

Fabio Monteduro, affermato autore di romanzi e racconti principalmente thriller e horror, racconta nel suo ultimo lavoro, intitolato Cacciatori di fantasmi (Runa, 2014), una storia che non risparmia a chi legge apprensione e paura.
Il romanzo inizia con la prefazione di Mirko Barbaglia, fondatore del Ghost Hunters Team, quasi a voler sottolineare la veridicità e il valore di questa storia che affonda le proprie radici nella più inquietante e antica paura dell’uomo: i fantasmi. La percezione che possano esistere entità soprannaturali, è sempre stata presente nella vita dell’essere umano, fin dalle epoche più lontane, ma è oggi, con la tecnologia e gli studi avanzati in campo scientifico e del paranormale, che lo studio di questi fenomeni è diventato ancora più preciso e con poco margine di errore. O almeno questo è quello che si pensa.

Protagonisti iniziali sono Saverio e Sandra, una coppia di sposi alle prese con la loro casa, appena ristrutturata che non fa neanche in tempo a rappresentare l’inizio della loro nuova vita che diventa testimone di un tragico e scioccante epilogo. Sandra muore schiantandosi contro le sbarre del cancello di entrata, proprio all’altezza di un bassorilievo che rappresenta un’immagine oscura e carica di mistero: l’uroboros, il serpente che si morde la coda. Il lettore è già sconvolto. Non si aspetta neanche lontanamente che dopo poche pagine ci sia la prima morte, così inspiegabile e così dannatamente cruda. Quasi buttata lì, come se l’autore volesse sfidarci a continuare. Perché questo, ve lo posso assicurare, non è niente. Quello che verrà dopo farà davvero tanta paura.
Immediatamente la storia si carica di tutti gli elementi tipici di questo genere narrativo, nel rispetto quasi maniacale dei clichè propri di questo tipo di storia: case infestate, apparizioni soprannaturali e soprattutto la passione per il paranormale. La stessa passione che attanaglia uno dei protagonisti, Matteo, un giovane amante dei film horror che vuole a tutti i costi realizzare un cortometraggio sui fantasmi, testimoniandone l’esistenza più per se stesso che per gli altri.

Lo stile dell’autore è scorrevole, quasi sbrigativo, immediato non si perde in descrizioni inutili e va direttamente al sodo e questo determina una scrittura chiara e precisa, che non annoia ma tiene alta la tensione fino all’ultima parola. L’atmosfera creata è da subito intensamente inquietante e l’attenzione di chi legge è falsamente distratta dalla miriade di storie dei vari personaggi che calcano la scena e che spuntano come se niente fosse, passando da una comunissima chiacchierata in un bar alla moda ad un concerto di jazz in un locale infestato da un fantasma. Ma sembrano espedienti usati dall’autore per distrarre momentaneamente il lettore, dandogli l’illusione di rilassarsi con racconti di vita normale per poi essere gettato nuovamente nel mistero e nel terrore, proprio là dove accadono le cose più irrazionali ed inspiegabili, dove tutti noi siamo avvolti in un vortice di voci sconosciute ed improbabili.

Non manca nulla in questo romanzo che riguardi il mondo dei cacciatori di fantasmi: telecamere a infrarossi, rilevatori di campi elettromagnetici, cineprese per vedere al buio, insomma l’autore dimostra di essere profondamente preparato sia dal punto di vista tecnico che spirituale e umano. Ogni personaggio sembra essere a sé e poi dopo poco si scopre che è relazionato a tutti gli altri come se tutto conducesse ad un’unica strada, interamente costeggiata da fantasmi. La passione per l’horror di Matteo lo collega ad un altro dei protagonisti del romanzo, Andrea, colui che possiede tutte le strumentazioni del caso in seguito ad una spiacevole vicenda che riguarda la sua infanzia e che ha condiviso con la sorella Emma. Ovviamente una storia di fantasmi che perseguiterà i due fratelli coinvolgendo chiunque si leghi a loro e che si rivelerà essere il punto di partenza per i foschi ed inspiegabili accadimenti che si verificheranno nei luoghi con cui i personaggi, volenti o nolenti, entreranno in contatto. Le ambientazioni sono molto importanti e vengono descritte con tutta la maestria necessaria. Luoghi maledetti la fanno da padrone, mettendo a disposizione di chi legge tutta la loro oscurità e maledizione. Ville abbandonate, un hotel dalla storia terribile fino a giungere al più inquietante dei posti: l’ex manicomio San Cataldo, e già la parola ex fa venire la pelle d’oca.

Anche chi non è amante di questo genere di cose sa bene cosa significa un luogo del genere, sporco e abbandonato a se stesso. L’Italia è piena di ospedali devastati e distrutti dal tempo di cui si raccontano storie di fantasmi e apparizioni terribili. L’autore non si tira indietro di fronte a questa temibile sfida e anche nel suo romanzo ci presenta questo luogo nefasto come il perno principale verso cui tutte le storie, all’inizio, apparentemente scollegate, andranno a convergere in un finale carico di apprensione e sconvolgimento.

Lungo tutta la storia, i personaggi crescono, mostrando le più svariate personalità come Diego, sensitivo amico di vecchia data di Saverio ed ex di Emma, la cui vita è da sempre ombreggiata da sogni premonitori che non lo lasciano respirare. Riesce a parlare con le anime morte e a cacciar via i fantasmi dalle case ed è proprio lui a riconoscere le presenze malefiche all’interno della villa di Saverio, dove la moglie ha perso la vita. Casale dei Pini verrà distrutto proprio da quelle presenze demoniache e Diego avrà l’ennesima prova che “Certe anime dannate sono come cani che fiutano la tua paura e di essa si servono per attaccarti.”
Soprattutto in questa parte del romanzo, le scene sono vivide e terribili. Sembra di assistere ad un film ed è fin troppo facile identificarsi con i personaggi, sentire sotto pelle la loro paura grazie alla bravura dell’autore. Sale la consapevolezza che esistono presenze che sfuggono a qualsiasi controllo. Visioni che si contrappongono e che si incastrano in modo quasi malato, tanto quanto è malato il connubio sempre più evidente tra terrore e follia.
Il lettore, proprio come i personaggi di questa folle storia, non sa dove guardare, ci sono momenti in cui vorrebbe smettere di farlo, attanagliato dall’ansia, ma l’ignoto lo attira terribilmente senza dargli scampo. La prima legge è credere. La seconda è non farsi spaventare.

Attraverso l’ampia conoscenza dell’autore nei confronti del mondo dei fantasmi, emerge anche il modo in cui egli riesce a dare spazio ad entrambi i “modi” per studiarlo, quello scientifico e quello religioso. C’è persino la citazione di padre Gabriele Amorth a proposito delle presenze e degli spiriti soprannaturali che secondo il prete non sono altro che manifestazioni del demonio, perché in realtà i fantasmi non esistono.

“Egli sostiene che i fantasmi sono pura invenzione, oppure trucchi del demonio che si manifestano sotto forma di spiriti o, appunto, fantasmi. Per lui nel creato ci sono solo tre entità: angeli, demoni e uomini.”

Fabio Monteduro dà spazio davvero a tutto ciò che riguarda questo oscuro e misterioso universo, creando una tela di personaggi tanto “tecnici” quanto “sensitivi”, dimostrando quindi di non parteggiare per nessuna delle due, ma di essere una voce equa che racconta di entrambe le realtà, lasciando poi a noi scegliere in cosa vogliamo credere, purchè ci crediamo.

Lentamente molte cose diventano chiare e più si procede nella lettura più non si riesce a smettere, pur di arrivare alla fine soprattutto quando appare una figura alquanto strana e inizialmente all’apparenza innocua: il professor Kanvans, noto psichiatra di fama mondiale, autore di un libro che ha cambiato le regole del gioco nel campo della schizofrenia, mettendo coraggiosamente in dubbio l’esistenza stessa della malattia, correlandola con i fantasmi. Il vecchio medico è anche colui che ha tenuto in cura i pazienti del manicomio San Cataldo quando era ancora in funzione e nel quale, secondo le dicerie, si muovono indisturbati gli spiriti di due vecchi pazienti morti all’interno di quel luogo dannato, soprannominati scannascanna e macellaio. Inquietanti nomi quanto sono inquietanti le loro gesta e la consapevolezza che quel luogo come tutti i luoghi che i personaggi hanno visitato sono “un lugar enfermo”, un luogo malato. Perché ci sono frasi in spagnolo nel libro? Lo scoprirete non appena avrete chiaro chi è che manovra tutti i fili di queste inconsapevoli marionette.

Dal capitolo intitolato “Rinchiusi” il clima diventa asfissiante, il tono della scrittura è claustrofobico. E’ fin troppo facile immaginare i ragazzi rinchiusi e sentire l’odore della paura farsi lentamente strada oltre le macerie fatte di vita vissuta e di ricordi. Anche i capitoli finali, con nome e ora, creano ansia, sono intimidatori, somigliano allo scoccare delle lancette di un orologio che prima o poi segnerà l’ora della fine. Fa venire i brividi leggere di quel manicomio, di quella gente che ha ucciso e di come lo ha fatto. E a quel punto mi sono fatta una domanda. Per essere un cacciatore di fantasmi ci vuole davvero coraggio, ma è meglio sospirare di sollievo quando non si è trovato nulla o imprecare perché ci si rende conto che i fantasmi non esistono? E’ meglio il sollievo o la paura?

A dispetto delle premesse iniziali, questo romanzo di Fabio Monteduro è profondamente intriso di psicologia e mente umana. Anche se all’inizio sembrano i fantasmi ad essere i protagonisti, non lo sono fino in fondo. Ad un certo punto la storia cambia faccia, mostrando un altro volto di sé ancora più oscuro e malvagio, ancora più denso di terrore e irrazionalità. Il volto dei ricordi, dei sensi di colpa, degli atti sbagliati che segnano la nostra mente per sempre. C’è un connubio imprescindibile che verso la fine diventa terribilmente chiaro: fantasmi e follia. La mente umana quindi gioca un ruolo fondamentale in questa atmosfera in cui il confine tra reale e irreale è fin troppo labile e dove ciò che è accettabile e ciò che non lo è diventa l’ultima porta che dà sull’abisso nero della più cupa follia.

Suggestioni, suggerimenti, sussurri provenienti dal passato e da ciò che deve essere dimenticato per un finale asfissiante in cui la libertà diventa solo una parola priva di appigli, divenuta come una cella con le pareti scivolose e sporche in cui nessuno ti verrà a salvare se il fantasma è dentro la tua testa ed è figlio della tua stessa condanna. La mente umana che tutto crea e tutto distrugge, sembra quasi di leggere tra le righe. Una mente che può regredire, che può andare oltre qualsiasi difesa per lasciarsi prendere dal soprannaturale ed aprire le porte all’ignoto e alla paura.

Se durante la lettura vi sembrerà di leggere cose già viste o sentite, avrete ragione, è così, soprattutto per gli amanti del genere, non ci saranno grosse sorprese all’inizio. Ma poi lo stile e la bravura dell’autore vi prenderanno e vi condurranno da un’altra parte. In quel luogo che è un non- luogo chiamato follia, dove l’estraneità è la condizione esistenziale e dove si cerca un sollievo dall’ombra e dall’oscurità. L’autore riesce a raccontarci molto di più di una semplice storia di fantasmi, riesce ad insinuarci la paura di ciò che esiste e non esiste al di fuori della razionalità, lasciandoci addosso la sensazione inquietante che nessuno di noi è al sicuro perché la nostra mente è come un sentiero che prima o poi può inclinarsi.
Non dimenticate questa frase:

“Come si comporta la mente umana in assenza totale di libertà? Come reagisce la psiche in una situazione di costrizione, senza luce, acqua, cibo e priva di ogni contatto umano?”

Monteduro non si risparmia, regalandoci attimi di pura follia e sconcertante orrore tanto quanto è sconcertante l’ignoto, nero come la notte che apre le proprie ali di pipistrello e vola silenzioso sulle nostre vite così perfettamente al sicuro e protette dall’inferno di un manicomio qualunque. Siete davvero al sicuro da tutti i vostri fantasmi? Una volta chiuso il romanzo, comincerete a chiedervi perché la vostra mente vi sta suggerendo un timido e tremante "No".

 

   

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